Santuario di Santa Vittoria in Matenano
18/01/2017
Santuario di Santa Vittoria in Matenano


Questa chiesa (detta anche Collegiata ) conserva al suo interno il sarcofago della S.V. Vittoria. Si impone all’attenzione dei visitatori con la sua facciata e la sua torre in stile neoclassico, entrambe realizzate su disegno dell’Architetto Pietro Augustoni di Como (1741-1815) sotto la direzione tecnica del Sig. Domenico Fontana, nel decennio 1783-1793.
L’opera costò al capitolo 25.000 scudi romani, senza contare il materiale preso dalle chiese demolite, il legname ricavato dai beni prebendali, la manodopera offerta dai parrocchiani, i contributi delle confraternite. Nell’insieme e nel suo genere, è da annoverarsi tra le più belle chiese del fermano. Sul fianco destro si eleva la torre massiccia con la cella campanaria, che accoglie il concerto di sette campane; concerto monumentale, famoso e proverbiale. Le campane di S. Vittoria sono “le più belle, le più pronte, le più possenti dei dintorni” (Mons. Roberto Massimiliani). La campana maggiore, detta comunemente “il Campanone” è dedicata a S. Vittoria; fusa nel 1790 dai F.lli Donati de L’Aquila, fu rifusa dalla ditta Pasqualini di Fermo, nel 1933. La seconda e la terza campana, dette dei canonici, furono fuse dai F.lli Baldini di Rimini nel 1852. La quarta e la quinta furono fuse insieme alle due precedenti, con contributo del Municipio e della cittadinanza. Le ultime due sono datate “Fermo 1913” e si suonano in segno di preavviso per liturgie particolari: matrimoni, morticini, ecc.. Purtroppo la elettrificazione del suono delle campane ha fatto dimenticare il fantasioso scampanio delle solennità, ad opera di una generazione di campanari in via di estinzione. La scritta in facciata “Indulgenza Plenaria” ricorda i privilegi accordati dai pontefici a questa insigne Collegiata che, nel 1943, per decreto dell’arcivescovo di Fermo Mons. Perini, fu elevata alla dignità di Santuario.
Al suo interno vi sono opere dei pittori Sebastiano Ricci di S. Ippolito di Fossombrone, Filippo Ricci e suo figlio Alessandro di Fermo, Sebastiano Ghezzi di Comunanza (1590-1650) ed altre opere di scuola romana. Il Coro con leggio, in legno, è opera di Domenico Brunetti da Tolentino, mentre l’organo è dovuto a Sebastiano Vici di Montecarotto. Un interesse particolare rivestono poi il Reliquario ed una statua di Santa Vittoria, in argento, di stile barocco.
La chiesa di S. Vittoria ha la pianta a croce latina; è lunga m. 47, larga m.13; le cappelle del transetto sono profonde m.7; copre una superficie complessiva di circa 1000 metri quadrati, compresa la Cripta, la Sagrestia e la Cappella del Sacro Cuore. L’architettura di tutto l’insieme è meravigliosa per l’armonia del disegno classico e la grandiosità dei suoi sviluppi, che le conferiscono la maestosità di una cattedrale. Le sedici statue, sufficientemente animate, gli altorievi nei pennacchi della cupola, gli stucchi degli altari laterali sono opera dello scultore Domenico Fontana; furono eseguiti nel 1790 con “Gesso di Montefalcone di Marina”. La lapide posta sopra la bussola dell’ingresso ricorda che la chiesa è dedicata all’Assunta, a S. Benedetto e a S. Vittoria V. e M..
L’apertura al culto, avvenne il 15 agosto 1793. La Consacrazione fu fatta dal Venerabile Giuseppe Bartolomeo Menocchio, Vescovo titolare di Ippona, il 6 Maggio 1798. A destra, la piccola cappella dedicata alla Madonna di Lourdes, con lapide commemorativa dei caduti nella guerra mondiale (1915-18), a soli tre mesi dalla sua fine vittoriosa. Appresso, l’altare con il dipinto ad olio su tela, rappresentante la “Disputa di Gesù coi Dottori”. Il quadro fu rinnovato nel 1802 da Tuzio dei Conti Tuzi, rettore del beneficio omonimo. L’originale risale al 1647. Nell’altare di fronte si può ammirare un altro bel dipinto ad olio su tela: “La Predicazione del Battista presso il Giordano” (mt.3,20 x 1,80), opera di Sebastiano Ghezzi di Comunanza (1590-1650), seguace del Guercino. Da sottolineare il mirabile effetto che deriva da una giusta ed accordata distribuzione delle luci e delle ombre,  esclusi quei violenti contrasti luministici, soliti ad essere usati dall’autore. Il quadro proviene dalla vecchia chiesa ed è inventariato come opera monumentale. Nel braccio sinistro del transetto la pala d’altare è costituita da una grande tela ad olio centinata (mt. 4x2), in cui sono raffigurati angeli che sorreggono e contornano un riquadro incorniciato, entro il quale è possibile esporre, secondo i diversi tempi liturgici, la Madonna della Pace di Achille Gualtieri, la Madonna del Carmine, S. Giuseppe, quasi fosse una “gloria” di vago ricordo berniniano.
Nei pennacchi della Cupola sono raffigurati, in altorilievo, i quattro Dottori della Chiesa occidentale: S. Agostino, S. Ambrogio, S. Gerolamo e S. Gregorio; sono opera di Domenico Fontana (1790). L’ampia scala di marmo che sale al Presbiterio, la balaustra che lo protegge e lo delimita, le due rampe che scendono nella Cripta, sono opera di Sebastiano Ricci da S. Ippolito di Fossombrone.
La pala d’altare, nel braccio destro del transetto, rappresentante la Madonna del Rosario, con S. Domenico e S. Caterina (m. 4x1,95), è opera del pittore fermano Alessandro Ricci, che fu discepolo del Giaquinto; in questa tela si rivela “più diligente e fervido che altrove”. Proviene dalla vecchia chiesa ed è incluso nell’”Elenco degli oggetti mobili”, classificati come opera d’arte dal Ministero della Pubblica Istruzione. Nell’attigua cappella del S. Cuore, entro artistica cornice di legno dorato (m.2,20 x 1,68), S. Francesco riceve le stimmate, opera del pittore Giuseppe Bastiani, eseguita a Macerata nel 1594. Si salvò per caso dalla confisca napoleonica: passò alla Collegiata in seguito alla soppressione civile del Convento di S. Francesco (1861).
Per le cose contenute nel Presbitero si hanno queste notizie:
•    la Cena è un dipinto ad olio su tela di vaste proporzioni, che viene attribuito alla “Scuola Romana”, databile agli inizi dell’800.
•    Il Coro, in noce con colonnine tortili, completo di leggio posto nel centro, è opera del falegname santavittoriese Domenico Brunetti, che lo costruì per la chiesa del monastero nel 1574. Trasportato nella nuova Collegiata, l’adattamento comportò l’aggiunta delle due porte laterali. Prima della soppressione del 1861, i Canonicati erano 12: di cui 9 con il Priore, di origine monacale, e 3 “Teresiani”; 6 i posti per prebendati.
•    Le Tribune per le cantorie dell’organo sono opera di Giuseppe Brunetti santavittoriese.
•    L’organo, con tastiera meccanica, è opera di Sebastiano Vici da Montecarotto (AN); fu dato “sonabile” per l’Assunta del 1793; costò al Capitolo 150 scudi. Nel 1945, ai registri originali furono aggiunte due voci di violini. Il “ripieno” è robusto, squillante e maestoso, come quello dei più famosi Callido.
•    Le panche dei canonici provengono dalla vecchia collegiata e risalgono alla fine del ‘500.
•    L’Altare Maggiore è in legno. Ha il pregio di un elevato grado di perfezione nei rapporti stilistici e spaziali dell’insieme.
•    La Lampada, in ferro battuto, fu donata dalla Gioventù Femminile di Azione Cattolica di Fermo, il 26 Agosto 1945, a ricordo della proclamazione di S. Vittoria, quale Patrona della Gioventù Diocesana di A.C..
•    La Sacrestia conserva credenze e scaffali come al tempo dei Canonici: vi sono sistemati paramenti e arredi sacri per la normale custodia. 

La Cripta
Discesi nella Cripta di S. Vittoria, prima di avvicinarci all’Arca della Santa Martire, osserviamo dal pianerottolo la costruzione con tre piccole navate, il pavimento rinnovato insieme alla balaustra con marmi di Trani, in occasione della celebrazione del XVII centenario del martirio di S. Vittoria, (1950). Alle pareti delle navate laterali, entro nicchie ovali, sono collocate le virtù cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza, opere di Domenico Fontana (1791). Le Epigrafi sottostanti furono dettate dal Can. Orazio Valeriani per ricordare i Monaci Farfensi, fondatori del paese; - la Traslazione delle Reliquie di S. Vittoria con l’origine della Fonte del Latte (934); - la Difesa dall’assalto dei soldati di Ottone II, che tentarono di trafugare il Corpo della Santa (980 circa); - il riposizionamento dell’Arca nella chiesa, rinnovata dai Canonici nel 1793.
L’Altare, costruito con marmi policromi pregiati, è opera del ricordato Sebastiano Ricci che lo portò a termine nel 1795. Ciò che desta maggior interesse, all’interno della Cripta, è il Sarcofago contenente il Corpo di Santa Vittoria. Quattro colonne in pietra sorreggono un basamento calcareo, cosparso di perforazioni coniche in modo irregolare, la tradizione popolare vuole che colonne e basamento siano qui giunte dalla Sabina durante la Traslazione del Corpo della Santa nel secolo X. Le perforazioni furono operate con dei temperini dai fedeli che intendevano prelevare delle polveri nel tentativo di ricorrere alla protezione della Santa. L’Arca in travertino (cm. 80x125x70) risale invece al secolo XV e sembra risentire dell’influenza della scuola Toscana. Sulla facciata anteriore è scolpita Santa Vittoria trafitta dal carnefice Taliarco, sulla opposta c’è in altorilievo, Santa Vittoria nell’atto di allontanare il dragone dal Castello di Trebula. Vi si notano inoltre un Cristo emergente dal Sepolcro, a mezzo busto, e una Croce trilobata.
La ricognizione delle Reliquie contenute nell’Arca fu eseguita nel 1889 dal chirurgo Cesare Recchi e l’Arcivescovo Malagola ne pose le ossa, dopo averle catalogate, in alcuni vasi di cristallo. Il giorno 20 giugno del 1984, alle ore 12:00, alla presenza di numerosissimo popolo e del Card. Pietro Palazzini, Prefetto della Congregazione dei Santi, sono stati estratti dal vaso numero 1, recante l’etichetta “ Sanctae Victoriae Virginis et Martyris”, frammenti di urna e sono stati racchiusi, sigillandoli, in un vasetto nuovo e  consegnati  pubblicamente e solennemente al Parroco di Monteleone Sabino. 
La Statua di S. Vittoria in scagliola, non ha pretese artistiche, però è talmente composta nell’atteggiamento, proporzionata nelle forme e armoniosa nei colori, che attrae mirabilmente i fedeli e li invita a pio raccoglimento. Fu commissionata a una ditta romana dal Priore Sbaffoni nel 1901.